Portare la forma straordinaria in parrocchia

15 Apr

Quale spunto per fedeli e parroci che volessero introdurre nella propria parrocchia la celebrazione della liturgia nella cd. forma straordinaria del rito romano, pubblichiamo il testo della Lettera n° 75 della versione italiana di Paix liturgie, reperibile qui: http://it.paix-liturgique.org/aff_lettre.asp?LET_N_ID=2404

Come introdurre pacificamente e in modo duraturo la forma straordinaria nella propria parrocchia

S. Pio celebra la Messa in rito antico, forma straordinaria del rito romano

Per cominciare bene l’anno, vi proponiamo una relazione dell’interessantissima ed originale conferenza tenuta da padre Milan Tisma in conclusione del primo congresso Summorum Pontificum in Cile, nel luglio 2015, al quale abbiamo avuto la gioia di partecipare.

Cappellano dell’associazione Magnificat, membro cileno di Una Voce, don Milan Tisma è anche il parroco della chiesa di San Giovanni di Dio a Santiago. Sin dalla sua ordinazione, nel 1997 da parte del cardinale Oviedo a quel tempo arcivescovo di Santiago del Cile, don Tisma celebra la messa tradizionale. Nel 1991, mentre si faceva largo in lui l’ipotesi di lasciare il seminario, dove veniva perseguitato in ragione della sua predisposizione per la liturgia tradizionale, Mons. Oviedo, che si era appena insediato nell’arcidiocesi, l’aveva incoraggiato a restare a Santiago, assicurandogli la sua comprensione e protezione che, in effetti, non gli mancò mai fino al giorno della sua ordinazione. L’ordinazione di don Tisma fu, d’altra parte, l’ultima che il cardinale poté celebrare prima della sua morte.

Forte dunque di una lunga ed originale esperienza, don Milan, che ha conosciuto la messa tradizionale a scuola, grazie ad un Padre gesuita che all’epoca era il cappellano di Magnificat, ha parlato ai partecipanti al congresso Summorum Pontificum di Santiago della questione della celebrazione della forma straordinaria nel quadro parrocchiale.

Vi riportiamo i punti salienti di del suo intervento.

I – Recuperare il senso del sacro

Molto prima di diventare il Papa del motu proprio Summorum Pontificum, il cardinale Ratzinger spiegava con costanza e chiarezza perché la crisi della Chiesa dipende molto dal modo in cui noi trattiamo la liturgia. In seguito, ha insistito sovente sul fatto che la perdita del senso del sacro costituisce un elemento fondamentale di questa secolarizzazione, contro la quale si è speso con forza lungo tutto il suo magistero pontificale.

Visto che una delle conseguenze più evidenti e drammatiche della riforma liturgica è precisamente questa perdita del senso del sacro, don Tisma afferma che la riscoperta del senso del sacro deve essere l’obiettivo primario di ogni rinnovamento liturgico parrocchiale.

Facendo appello alla definizione del sacro data dal teologo luterano tedesco Rudolf Otto (1) come “mysterium tremendum et fascinans” [mistero tremendo e affascinante], don Tisma ritiene che il ritorno dell’uomo contemporaneo verso il sacro passa precisamente attraverso l’incontro con il più perfettamente “spaventoso” e “affascinante” dei misteri, com’è l’irruzione del Cielo sulla Terra nella persona del Nostro Signore Gesù Cristo. Cosa c’è di più spaventoso ed affascinante per noi mortali, se non l’Incarnazione del Figlio di Dio, la Sua Vita, la Sua Morte e la Sua Resurrezione?

Tradizionalmente “Casa di Dio e Porta del Cielo”, all’immagine della Vergine Maria, la liturgia cattolica è lungamente stata il riflesso fedele di questo grande mistero che rappresenta la discesa del Cielo sulla Terra. Sfortunatamente la liturgia moderna ha perduto la sua capacità di attrazione, il suo carattere affascinante, voltando le spalle al mysterium tremendum. La cancellazione del carattere sacrificale della Messa nel messale di Paolo VI e delle sue traduzioni nelle lingue vernacolari ha aperto la strada a troppi celebranti per la sua negazione, arrivando addirittura a fare delle danze attorno all’altare o accontentandosi di commemorare unicamente il banchetto pasquale. Ora, senza il sacrificio, non c’è più neanche il mistero. Né tremendum né fascinans.

Don Tisma aggiunge inoltre che, in assenza di mistero, la liturgia cessa di essere un’epifania della gloria e della perfetta santità di Dio. Per lui è chiaro che “l’apostolato della forma straordinaria può e deve concorrere alla ripresa di questo senso del mistero”. Bassa, cantata o solenne, la messa tradizionale ha tutto per risvegliare il senso, e dunque il desiderio, del sacro presso i nostri contemporanei. Ai sacerdoti il compito di farne uso per scioccare, in senso terapeutico, le loro pecorelle senza però farle scappare.

II – Contribuire alla pace liturgica

Dall’altra parte del mondo, c’è un parroco per il quale la celebrazione in utroque usu, nell’una come nell’altra forma del rito romano, è un incontestabile strumento di pace liturgica. Per don Tisma, i parroci hanno il dovere di lavorare per una riconciliazione fra i fedeli; senza eccezioni, attraverso tutti i mezzi liturgici che hanno a disposizione, a cominciare dall’offerta regolare della forma straordinaria nelle loro parrocchie, per coloro che lo desiderano. Che dire di più?

III – (Ri)Costruire una casa comune

A partire dalla riforma liturgica, alcune generazioni di cristiani non hanno conosciuto che una liturgia devastata, deformata e superficiale. Hanno perduto, non soltanto la conoscenza e il gusto del sacro, ma anche la loro casa comune, ciò che Klaus Gamber chiamava l’Heimat, la “piccola patria”, il luogo d’origine, la casa dei cattolici.

Questa piccola patria si è persa, perché non esistono più due messe identiche in tutto il mondo visto che, da una chiesa all’altra, da una domenica all’altra, i sacerdoti celebrano come possono, o anche come vogliono. Privato della sua piccola patria il cattolico diventa un apolide liturgico, un credente senza un luogo sicuro dove nutrire e ristorare la sua fede.

“Noi, i parroci, afferma don Tisma, possiamo e dobbiamo aiutare a ricostruire questa piccola patria per offrire di nuovo un focolare ai nostri fedeli”. E’ qui che, secondo lui, interviene il contributo che i sacerdoti possono apportare alla riforma della riforma: “Noi possiamo essere gli attori del mutuo arricchimento facendo vivere le due forme del rito romano l’una a fianco all’altra”.

IV – Agire gradualmente

“Attenzione a non rispondere alla rivoluzione con la controrivoluzione ed aumentare il disordine!”

Don Tisma non ha alcuna esitazione quando si tratta di individuare la prima regola per una introduzione duratura della forma straordinaria in parrocchia: la gradualità. Andare troppo in fretta e troppo forte è una tentazione da tenere a freno perché è importante fare sempre ai fedeli una vera e propria educazione liturgica. I cambiamenti liturgici devono essere accompagnati da una catechesi specifica. Sulla liturgia stessa, la sua struttura, il calendario, il servizio all’altare. Ma anche sulla musica, gli ornamenti, l’uso del latino, ecc.

Inoltre, pochi parrocci possono, da un giorno all’altro, mettere insieme tutto ciò che occorre alla celebrazione della liturgia tradizionale perché molti paramenti e oggetti sacri spesso sono stati venduti o fatti sparire all’alba del post concilio.

Un altro principio menzionato da don Milan è quello della continuità. Citando il professor Kwasniewski, esorta ad approfittare del carattere un po’ vago delle rubriche del nuovo messale per scegliere di fare ogni volta possibile ciò che sembra in maggiore continuità con la tradizione precedente. Questo principio completa la regola della gradualità e permette ai fedeli come anche a coloro che servono la messa, di appropriarsi piano piano della “nuova liturgia di Benedetto XVI”.

V – Concretamente e visibilmente

Appoggiandosi sulla sua personale esperienza, ecco le azioni concrete che sono state proposte da don Tisma ai parroci desiderosi di raddrizzare la loro liturgia per rendere il culto a Dio, a cui è dovuto. La linea da seguire è semplice: ricollocare Cristo al centro dell’attenzione.

Il santuario deve divenire nuovamente il tempio del Signore e non più una sorta di palcoscenico per il celebrante. Il parroco, con l’aiuto del suo sacrestano, deve seguire l’esempio di Benedetto XVI e cominciare con il rimettere la croce e i candelabri sull’altare. Eventualmente, e se è possibile, deve far arretrare l’altare moderno, se è stato collocato troppo avanti. L’idea è quella di tornare ad avere un solo altare per offrire ai fedeli una sola piccola patria.

L’altare inoltre, come ci ricorda Klaus Gamber, deve essere vestito e rivestito. Nella sua parrocchia don Milan ha ristabilito l’uso del antependium (paliotto). Quest’ultimo offre una stabilità visiva ai fedeli e permette di manifestare il tempo liturgico corrente con il cambiamento di colore, quando è possibile.

La tappa seguente, dopo questa sorta di restauro del santuario, è la celebrazione verso Dio, che va accompagnata con una catechesi adatta. Da parte sua, don Tisma, lo ha fatto durante l’Avvento, in occasione dell’inizio di un nuovo anno liturgico.

Don Tisma propone poi di utilizzare i momenti più forti dell’anno liturgico per far scoprire progressivamente la forma straordinaria ai parrocchiani usando la gradualità propria della liturgia tradizionale. Nella sua parrocchia, don Milan, ha fatto leva su una direttiva dell’episcopato cileno del 1960, dunque applicabile al messale di San Giovanni XXIII, che incoraggia la messa detta “comunitaria”: una messa bassa cantata, ma con un laico a guidare l’assemblea nei momenti delle preghiere e dei canti.

VI – Nel corso della celebrazione

I consigli che seguono riguardano la celebrazione della forma ordinaria. Don Tisma li ha espressi soprattutto in risposta ad alcune domande dei partecipanti al congresso. Non si tratta di regole rigide, ma piuttosto di suggerimenti che possono essere adottati individualmente da ogni sacerdote in funzione delle caratteristiche della situazione parrocchiale e della preparazione personale.

Ecco da principio quelli che riguardano gli aspetti pubblici della celebrazione:

  • recitare il credo in latino;
  • lasciare da parte il segno della pace nelle messe dei giorni feriali;
  • favorire i momenti di silenzio;
  • ristabilire l’uso dell’incenso;
  • fare regolarmente una catechesi sulla comunione;
  • sviluppare l’Adorazione eucaristica e proporre una catechesi sulla genuflessione.

E quelli che concernono più intimamente il celebrante:

  • preparare le offerte in silenzio;
  • unire pollice e indice dopo la consacrazione;
  • fare la purificazione delle dita dopo la comunione con il vino e l’acqua secondo la pratica tradizionale;
  • inclinare la testa nel menzionare le tre Persone della Santissima Trinità, di Gesù, di Maria, del Papa, del Santo del giorno.

Per i sacerdoti che sono più avanti nel percorso di avvicinamento tra le due forme del rito romano, sia che celebrino già la forma straordinaria, ma anche che desiderino prendere familiarità con essa, don Milan propone infine i seguenti esercizi di devozione privata: andando dalla sacrestia all’altare per dire la messa, recitare il salmo 42 (quello delle preghiere alla base dell’altare); salendo all’altare recitare l’Aufer a nobis; lasciando l’altare alla fine della messa, recitare l’ultimo vangelo.

Infine, nulla vieta al sacerdote di fare uso della berretta o del manipolo se lo desidera.

Aggiungiamo che, rispondendo a una domanda di un partecipante, don Milan ha spiegato che, per delle ragioni storiche (in breve: Écône), la celebrazione della forma straordinaria è stata spesso marcata da una forte influenza francese. Ora, il Cile è di tradizione spagnola. Don Milan si impegna dunque, e l’associazione Magnificat con lui, a difendere e promuovere gli usi particolari di tradizione spagnola, come, per esempio, la menzione del santo titolare della chiesa durante il Confiteor, l’uso della cucharilla (piccolo cucchiaio) per aggiungere l’acqua al vino del calice, quello della palmatoria (porta candela tenuto dall’accolito durante la comunione) o ancora ancora quello del colore celeste per le feste dedicate all’Immacolata.

Tutti gli elementi menzionati concorrono ad offrire ai fedeli la più bella ed accogliente delle piccole patrie di cui Cristo è il solo, unico ed eterno sovrano.

VII – Chi sono i fedeli?

In conclusione del suo ricchissimo ed originale intervento, don Tisma ha voluto delineare un identikit dei suoi fedeli che, da vent’anni, vogliono avvicinarsi e legarsi alla liturgia tradizionale. e ciò che è stupefacente e meraviglioso è che questo ritratto ha un carattere davvero universale.

“Ci sono innanzitutto i veterani che si ricordano della piccola patria della loro infanzia e possono recitare la messa a memoria, hanno attraversato gli anni dei tumulti e ne portano le cicatrici, ma guardano con speranza i segni di una nuova pace liturgica; poi ci sono quelli che sono stati feriti dalla messa nuova e che hanno subito le distorsioni della liturgia post-conciliare e sentono di non avere un focolare a cui stringersi; infine vengono i giovani, assetati di sacro che si aggirano in internet alla ricerca di quella che chiamano ‘la nuova messa di Benedetto XVI’. Certamente in ognuna di queste categorie ci sono semplici curiosi, degli affezionati, dei fanatici e anche dei matti. Ma, aggiunge con un sorriso, non più che nella forma ordinaria.”

(1) Nella sua opera “Il sacro. L’irrazionale nella idea del divino e la sua relazione al razionale” (1917)

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